Quando l’Emotività è fuori Controllo Iniziano i Guai

L’emotività ti gioca brutti scherzi?
Ti capita di essere sul posto di lavoro e passi la maggior parte della giornata in preda all’ansia?
Stai frequentando l’Università o le scuole superiori e le elezioni e gli esami ti creano un tale livello di angoscia che potresti sfamare la popolazione mondiale?
Pensi che ci sia qualcosa di sbagliato in te per queste cose e ti domandi se sei l’unico(a) a vivere queste situazioni?
Non preoccuparti!
Sei in ottima compagnia!


Certo ti verrà da pensare: “Ma a me non sembra! Gli altri mi sembrano così calmi e sereni, salvo poche eccezioni!”.
E’ ovvio!
Semplicemente siamo diventati abilissimi a mascherare le nostri emozioni e a far comparire una bel sorriso sul volto all’occorrenza.
E forse ti verrà da pensare “Beh, ma devo farmi forza, devo essere positivo(a). Bisogna nascondere i propri sentimenti”.

E se invece fosse proprio questa strategia di sotterramento a creare tutto il peso emotivo che ti porti dietro? Hai mai pensato a questa possibilità?

Perché mai, se ti senti stanco, affaticato o arrabbiato dovresti far finta di non esserlo?

Semplicemente perché l’hai appreso.
L’hai appreso tutte quelle vote in cui a dovuto deglutire quanto invece avresti voluto esprimere.

Non hai potuto farlo per non violare la regola del “rispetto” (sottomissione?) nei confronti dell’Autorità.
Mi riferisco alle frasi che potresti aver sentito e che recitano: “non ti permettere di rispondermi”, “non ti permettere di mettere in discussione quello che io dico”, “non permetterti di gridare e piangere”.
Queste frasi, così come sono, rappresentano la struttura superficiale della comunicazione.

Ma, ad un livello più profondo, la struttura semantica è la seguente:

“Devi reprimere la tua rabbia, e se per qualche assurdo motivo violi questa regola, sappi che dovrai sperimentare paura o vivere forti sensi di colpa e stati di vergogna”.

Ora, visto che anche tu hai studiato Darwin a scuola, cosa pensi che sia meglio fare in ottica di sopravvivenza?
Pensi che un bambino piccolo, per natura dipendente da un adulto, deciderà di oltrepassare queste norme morali trasmesse all’interno della famiglia o della scuola? Ma manco per idea!

Anzi, ogni volta che proverà una certa arrabbiatura, oltre a dover reprimere la carica emotiva, si sentirà anche in colpa per il semplice fatto di aver generato pensieri di ribellione e per aver provato emozioni che non sono ritenute accettabili.

Quando accadono queste dinamiche di condizionamento, vengono vissuti intensi momenti di sofferenza a cui si accompagnano, per compensazione, dinamiche di idealizzazione degli altri.

Provo a spiegarmi meglio: se io che sono un bambino mi rendo conto che la mia famiglia non è un paradiso in terra, per compensare la sofferenza che spesso vivo, creo delle immagini di super genitori o di super fratelli.
Questa vera e propria idealizzazione serve a colmare  buchi emotivi che sono stati vissuti nelle diverse esperienze dolorose, dovuti principalmente al fatto che la realtà si è mostrata ben lontana dall’essere un paradiso in terra.

Con le fantasie posso riequilibrare una realtà che provoca sofferenza.

Tale dinamica si estende anche nei riguardi delle altre persone.

Ed così che finiamo per ritenere che chi si trova di fronte a noi (un responsabile, un collega, un amico, ecc) sia ad un livello superiore rispetto al nostro, per qualche strana ragione.

Et voilà, cominciano a nutrire forti dubbi su quello che pensiamo e diciamo.

Perché ciò accade?

Perché in qualche modo, e soprattutto in qualche spazio-tempo, siamo finiti per pensare che in noi ci sia qualcosa di sbagliato.

Questo pensiero si cronicizza e diventa una credenza che accompagna la nostra vita per molto tempo.

In qualche momento della vita ci ha nutriti perché ci ha tenuti lontani da una possibile sofferenza (non facendoci esporre a rischi derivanti da alcune scelte), ma ora, forse, ci impedisce di creare il tipo di realtà che vogliamo vivere.
E tutto questo che cosa ha che fare con l’ansia che proviamo a scuola o sul posto di lavoro?

Ha a che fare per il fatto che in questi ambienti sono presenti figure che per noi rappresentano l’Autorità (su di esse, infatti, proiettiamo spesso l’immagine dei nostri genitori).
Quindi forse oggi hai 35 anni e lavori in un ufficio con il tuo computer ma, talvolta,  il tuo cervello può reagire a  delle situazioni come se ne avessi 7 (per essere ottimisti…)
Pertanto può capitare che sul posto di lavoro, in certe circostanze, ti senti piccolo e indifeso (questo può essere vissuto in diverse intensità, ovviamente).

Ciò accade perchè parti di noi sono rimaste bloccate nelle esperienze dolorose e traumatiche che abbiamo vissuto in passato.

Queste esperienze vengono introiettate nella nostra memoria emozionale e tendono ad essere congelate e rimosse (perché portatrici di un’elevata intensità emotiva).
Attenzione, però! Quando dico che vengono rimosse non intendo dire che vengono cancellate definitivamente, anzi.
Semplicemente, se ci troviamo in un normale stato di coscienza, certe cose non  le ricordiamo (per evitare di star male) ma sono assolutamente presenti nel nostro inconscio e sortiscono degli effetti ben precisi.
Infatti, se accade nella nostra vita qualcosa di simile ad un esperienza dolorosa del passato, il materiale inconscio rimosso attiva uno stato di agitazione nel corpo, talvolta inspiegabile.

E la spiegazione sta nel fatto che il nostro cervello si avvale di potenti Neuro Associazioni.

Esiste, infatti, una sua parte specifica (il sistema limbico) che ricorda i fatti nudi e crudi della nostra vita (immagini, suoni, sensazioni) e la loro valenza emozionale (paura, angoscia, tristezza, etc..).

In questo modo vengono “archiviate” le nostre esperienze.

Successivamente, tali esperienze vengono confrontate con le situazioni che viviamo nella nostra quotidianità.
A quel punto possono essere inviati due tipi di segnali: un  segnale di via libera (è tutto tranquillo e quindi agiamo indisturbati) o un segnale d’allarme.
L’organo sentinella che suona il segnale di pericolo è l’amigdala (o corpo amigdaloideo).

Quando suona l’ allarme il corpo si predispone a delle reazioni di attacco o di fuga attraverso la secrezione di particolari ormoni. (Queste dinamiche sono splendidamente spiegate nel libro “Intelligenza Emotiva” di Daniel Goleman”.)
Il segnale a volte è così forte che perdiamo ogni possibilità (o quasi) di utilizzare il nostro pensiero razionale per modulare la risposta emotiva, contestualizzando le informazioni in relazione alla situazione che stiamo vivendo.
In questo caso siamo preda di un sequestro neurale.
Si parla di Sequestro dal momento che una parte di noi (quella razionale),  è sopraffatta dalla nostra componente primitiva e istintiva (quella emozionale).

La natura ha fatto in modo che gli input che recepiamo dall’esterno siano prima soggetti ad un confronto associativo (col passato),  del tutto inconscio e involontario, e solo in secondo momento si attiverebbe una valutazione più lenta e razionale (che serve, in condizioni di normalità, a modulare la prima reazione automatica di fuga o attacco).

Si può meglio comprendere questo ritardo temporale ragionando in termini tempestività della risposta:

Prima mi accorgo del pericolo e prima posso difendermi o fuggire.

Riflettere con razionalità mi renderebbe troppo lento e vulnerabile.

Tuttavia sono riscontrabili due problematiche:
1. Ciò che il nostro cervello identifica come un pericolo potrebbe non esserlo nella realtà (almeno non per come viene percepito).
In questo caso la risposta automatica di fuga o attacco sarebbe del tutto obsoleta e limitante, quindi non funzionale e appropriata al contesto che stiamo vivendo.
2. Gli ormoni che vengono secretati nell’organismo spesso non possono essere scaricati, e quindi la carica che essi inducono implode all’interno del corpo, influendo negativamente sul sistema immunitario e creando terreno fertile per l’insorgere di disagi di natura somato-psichica.

Tante volte, ad esempio, vorremmo fuggire da una situazione ma, per certe circostanze, non è possibile farlo. Quindi gli ormoni secretati per favorire la fuga non vengono scaricati dalla fuga stessa.
Ora, immaginiamo che sul posto di lavoro il nostro responsabile ci chieda di occuparci di un corso di formazione che riguarderà tutto il personale aziendale.

All’inizio siamo molto entusiasti. Tuttavia, con il passare dei giorni, l’entusiasmo incomincia a calare e insorge una forte agitazione.

Stranamente c’è qualcosa che ci porta a pensare: “forse non sono all’altezza del compito“.

Supponiamo altresì di trovarci ad una settimana dalla data fatidica e di dover ultimare tutto il materiale su cui si baserà l’intero corso.

Incominciamo a perdere lucidità e facciamo fatica ad elaborare una serie di ragionamenti che si renderebbero necessari per portare a termine il nostro lavoro.

Quindi, ad un certo punto, è come se diventassimo improvvisamente stupidi.

E  così prende vita una dinamica a spirale che vede come protagoniste emozioni e fantasie.

Cerco di spiegarmi meglio attraverso l’analisi dei passaggi che si succedono:
1. Penso di non essere all’altezza della situazione (Perchè, in fondo, c’è qualcosa di sbagliato in me..)
2. Questo pensiero (o credenza) genera una serie di scenari catastrofici circa il futuro (Fantasie): “non riuscirò ad elaborare il materiale”, “l’esposizione al pubblico andrà malissimo”, “c’è chi mi contesterà”, e così via.
3. Queste fantasie alimentano la paura.
4. Più abbiamo paura e più facciamo fatica a pensare con lucidità. (Sequestri Neurali)
5. Ciò alimenta la credenza di non essere all’altezza
6. E riparte il processo dal punto 2

Ecco che si è innescata una dinamica a spirale verso il basso che può condurre verso un vero e proprio auto sabotaggio, ossia alla possibilità che l’esposizione al corso vada realmente male.

In psicologia questo fenomeno è conosciuto con il termine: Profezia che si autovvera.

Se è vero che queste sono dinamiche che riguardano l’essere umano in generale, è altrettanto vero che non tutte le persone reagiscono allo stesso modo di fronte alla medesima sfida o situazione.

Esiste quindi una differenziazione che è allo stesso tempo la riprova che certe situazioni non sono di per sé pericolose, quanto il fatto che vengono percepite come tali da qualcuno e non da altri.

Un’altra persona, infatti, avrebbe potuto vivere la sfida della preparazione del corso con maggior leggerezza e lucidità.

Bene, allora la domanda è: che cosa differenzia le persone?

La risposta è da ricercarsi nella loro storia personale e, nella fattispecie,  nel modo in cui sono stati vissuti determinati eventi (sottolineo qui ulteriormente l’importanza della percezione personale e non tanto di ciò che accade nella realtà).
Se vuoi approfondire l’argomento puoi leggere l’articolo:

Intelligenza Emotiva in Pratica. Il caso (risolto) di Laura e della sua Paura di parlare in pubblico

“.


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